BLOGEDUCATIVOTECNOLOGIA

UN GIOCATTOLO CHE INSEGNA IL DESIGN THINKING

13 settembre 2018 — by Fabio Guaricci

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UN GIOCATTOLO CHE INSEGNA IL DESIGN THINKING

13 settembre 2018 — by Fabio Guaricci

La storia di Pixel Press inizia con dei ragazzi che, non soddisfatti di giocare solamente ai videogiochi, iniziano a progettarli. Fin qui niente di esaltante, anzi probabilmente la gran parte delle aziende del settore sono nate in questo modo; la differenza è che Pixel Press l’ha fatto in modo ‘disruptive’: ha reso la progettazione e la realizzazione di videogiochi alla portata di tutti, anche di un bambino e creando un giocattolo che insegna il design thinking.

L’idea di fondo è quella di trasformare immagini statiche e analogiche in giochi interattivi e digitali, utilizzando strumenti ormai parte della nostra quotidianità come fotocamere digitali, smartphones o tablet. Seguendo semplici indicazioni i giocatori diventano gli inventori del proprio gioco, imparano un metodo progettuale al fine di esercitare entrambi gli emisferi del cervello, il sinistro analitico e il destro creativo. Ma andiamo con ordine e vi parliamo di Bloxels, l’ultima creazione in casa Pixel Press.

Bloxels è formato da un tabellone fisico, una matrice 13×13 su cui posizionare dei blocchi colorati, e un’applicazione gratuita per iOS e Android. L’utente (i designer del giocattolo lo indirizzano a bambini tra gli 8 e i 12 anni) usa la matrice per disegnare in pixel i vari elementi del videogioco, dai personaggi ai nemici, dai landscapes ai premi, posizionando i vari blocchi colorati, ognuno con una funzione diversa; ogni volta che completa una parte del gioco, la fotografa con la fotocamera del tablet caricandola nell’applicazione. Qui, nello spazio digitale, può modificare, aggiungere e definire quello che ha inventato per completare la sua storia, il suo videogioco. Gli inventori hanno creato un primo gioco a cui i giovani developers possono aggiungere livelli, usarlo come punto di partenza o semplicemente giocarci per comprenderne i meccanismi.

Di Bloxels è sicuramente interessante l’aspetto educativo: il bambino non si limita a giocare ma crea il suo gioco imparando (anche) le basi della programmazione attraverso un processo alla sua portata. È grazie ai passaggi necessari per formare il gioco che si abitua a pensare strategicamente, a sbagliare e ricominciare per rendere migliore la sua storia che potrà condividere e far giocare da altri giocatori. Analizzando meglio Bloxels ci si rende conto che i designer di questo giocattolo hanno progettato l’esperienza fornendo all’utente una serie di strumenti per ragionare da progettisti e inventare la propria soluzione che non dovrà essere valida solamente per sé, ma anche per altri giocatori.

Dal punto di vista del design, tecnicamente, ciò che Bloxels fa è permettere ai bambini di venire in contatto con le basi del Design Thinking, un metodo di progettazione human-centered basato sulla risoluzione di un problema in modo strategico e creativo (se non sapete di cosa parlo, qui c’è un po’ di materiale utile). Parole chiave e step di questo processo sono empatia con l’utente, ideazione di tante possibili soluzioni e sperimentazione rapida del risultato sin dalle prime idee; quindi ci sembra proprio di poter affermare che questo sia un giocattolo che insegna il design thinking. 

Con questi presupposti non è strano che anche la strategia di lancio di questo giocattolo sia stata ben progettata e abbia ottenuto un gran successo. Pixel Press infatti ha presentato Bloxels su Kickstarter nel 2015, raccogliendo facilmente la cifra necessaria allo sviluppo iniziale. Raggiunto questo primo obiettivo, nel 2016 entra in partnership con Mattel per la produzione e distribuzione su scala mondiale del giocattolo, diventando marchio registrato di uno dei colossi del settore. Questo sodalizio porta prima alla creazione di Bloxels Edu, piattaforma dedicata all’utilizzo nelle scuole, e poi all’edizione Star Wars, per soddisfare i tanti amanti della celeberrima saga. In conclusione ci sembra che questo giocattolo si differenzi dai suoi competitors che vogliono insegnare a programmare (ne abbiamo parlato anche qui e qui), posizionandosi, implicitamente, in un settore inesplorato ma pieno di potenzialità e che tende a sviluppare sin dalla tenera età quelle soft skills di cui tanto si parla nel mondo del lavoro di oggi.